
associazione ruvuma onlus
La nostra Associazione ha il privilegio di potere fare affidamento su un numeroso gruppo di amici che, attraverso le loro conoscenze e competenze, collaborano in modo costante per portare avanti il nostro progetto in Tanzania. A tutti loro vogliamo dire semplicemente: GRAZIE PER IL VOSTRO PREZIOSO AIUTO.
LISTA DEI COLLABORATORI DI RUVUMA
Di seguito sono riportate alcune esperienze e storie dei nostri collaboratori
![]() | Jeannine van den Heuvel, 46 anni, racconta la sua esperienza (professionale e personale) nel nostro ospedale di Santa Maria Nascente, a Mbweni. Jeannine è specializzata in Pediatria-Neonatologia, è di origini olandesi e vive a Napoli da 23 anni. |
«Poter fare un’esperienza professionale in Africa è un sogno nel cassetto che ho da più di 10 anni. Nel 2008 ho deciso di cominciare a fare qualcosa di pratico per poter realizzare questo sogno in modo concreto. E così è stato! Durante quell’anno ho seguito un corso di Medicina Tropicale a Torino e dopo un anno ho finalmente partecipato alla mia prima missione in un ospedale africano: il Tanguiéta Hospital nel Benin.
Lo scorso novembre 2009 è stata la volta della mia seconda esperienza africana. Grazie all’amico e collega Dottor Carlo Molino, un chirurgo di Napoli, ho avuto l’opportunità, di visitare per la prima volta l’ospedale di Mbweni, in occasione dell’inaugurazione del nuovo reparto di maternità. Lì ho conosciuto anche il Dottor Giuseppe Travaglini, responsabile sanitario dell’ospedale e il Dr. Rodrigo Rodriquez, il fondatore dell’associazione Ruvuma e colui che ha concepito il bellissimo progetto di Mbweni. Con entrambi mi sono trovata subito in perfetta sintonia, ho capito che condividevamo lo stesso impegno per l’affermazione del diritto alla salute.
L’esperienza di Mbweni è stata particolarmente formativa, da un punto di vista umano e professionale. In particolare ho capito che in molte zone dell’Africa, la maternità e la Pediatria hanno ancora tante lacune. Infatti quando sono partita, pochi giorni dopo il mio arrivo in Italia avevo già voglia di ritornare per aiutare, ma soprattutto per “insegnare” e formare il personale medico che lavora nel reparto di maternità. Così ad aprile sono ritornata a Mbweni con diversi protocolli e linee guida relativi alle aree specialistiche di Pediatria e Neonatologia definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Insieme ai medici locali li abbiamo studiati, adattandoli naturalmente alla realtà locale.
Ho anche avuto il piacere di affiancare, cercando di trasmetterle più nozioni posssibili, una collega tanzana, la Dottoressa Rehema che presto diventerà una pediatra. Quella di Mbweni è stata un’esperienza che non dimenticherò mai più e che auguro a tutti i miei colleghi di poterla fare prima o poi nella vita».
![]() | Ester e Federica son due giovani ostetriche italiane che hanno deciso di dedicare qualche mese della loro vita per fare un’esperienza come volontarie presso il nostro ospedale di Mbweni. Sono arrivate lo scorso novembre 2009 e si fermeranno fino a maggio 2010. Dalla Tanzania, hanno trovato il tempo per raccontarci la loro esperienza. |
Ester Galli, 23 anni
«Ho sempre voluto fare un’esperienza in Africa. Le emozioni sono molto diverse, spesso si alternano sentimenti contrapposti in modo repentino. Sicuramente le relazioni che si stabiliscono con le donne sono molto speciali. Si basano principalmente sul linguaggio non verbale, vista la difficoltà della lingua. Non scorderò mai l’incontro con una giovane donna impaurita dal travaglio e dal parto, che con estrema semplicità, chiamandomi “amica”, mi ha chiesto di rimanere a dormire con lei sotto l’albero tutta la notte, solo per farle compagnia.
Lavorare in un ospedale africano è completamente diverso rispetto a uno italiano. Non credo sia paragonabile in nessun aspetto se non nell’etica professionale che ogni singolo soggetto dovrebbe mettere in atto. La cultura così diversa non consente un vera ospedalizzazione delle cure, nel senso che non è la gravida che sta al ritmo delle visite e dei controlli, ma è l’ostetricia che si applica alle richieste d’aiuto delle donne. Così spesso ci si trova in situazioni cliniche che con visite seriate sarebbero state risolte in diverso modo. Sono due mondi molto diversi che si incontrano, due mondi che hanno molto da insegnare l’uno all’altro. La semplicità e la spontaneità dei rapporti umani, sia tra colleghi (medici, infermieri, ostetriche, personale di pulizia) sia con le persone che chiedono aiuto in ospedale sono veri, sono qualcosa di speciale. Non vi è mai la sensazione che siano forzati o di facciata, ci si saluta con gioia, si è felici se l’altra persona sta bene.
Anche in Italia spesso si creano delle ottime equipe di lavoro, dove si creano veri rapporti di amicizia, ma qui è tutto diverso. Gli eventi che riempono le giornate sono vissuti, non sono mai un qualcosa che "è accaduto al lavoro", vi è sempre un proseguo nella propria mente, vi è un legame. Credo che le principali differenze stiano proprio in questo: nel vivere la propria professionalità e non nel fare la propria professione».
Federica Malberti, 22 anni
«Da quando sono qui ho vissuto tante situazioni, cliniche e umane che non credo avrei potuto sperimentare in Italia. Una cosa che mi colpisce sempre è la forza di queste donne durante il travaglio e il parto. La forza e la dignità con cui, in silenzio e da sole, affrontano la fatica senza mai chiedere nulla. Si stupiscono quando stai con loro ad assisterle, prendendo il posto del compagno o del parente. Ti chiamano “dada” (che in swahili vuol dire sorella) e quando stai per andare via ti pregano di stare lì ancora un po’ con loro. Sono poche le parole che ci si scambia, perché capiscono l’inglese, se non rare eccezioni, e noi di swahili conosciamo solo alcune semplici frasi, però ci si comprende con i gesti, con lo sguardo, il che crea una relazione ancora più forte.
È molto diverso lavorare in un ospedale africano rispetto a uno italiano. Di certo qui non c’è l’ospedalizzazione e livello di cure prestate che c’è in Italia e si vivono situazioni di vera emergenza, anche a causa della mancanza di alcuni presidi, strumenti e farmaci, conoscenze, ma anche dalla diversa cultura, che è uno dei punti cardine della differente gestione di un ospedale italiano rispetto a uno africano. Sono contenta di aver avuto la possibilità di trascorrere un periodo così lungo a Mbweni perché alcuni aspetti, soprattutto culturali, si possono comprendere solo dopo mesi di osservazione e ascolto.
Un’altra cosa che ho notato è il diverso clima lavorativo e la relazione umana. Qui mi sono sentita subito accettata, a partire dal semplice fatto che tutti ti salutano sempre, con il sorriso, e ti chiedono come stai. Non si sente il rapporto di superiorità tra un medico e una cleaner o un’infermiera. Nessuno urla o alza la voce. Tutti parlano in modo calmo, educato e ringraziano, sempre. Cosa che anche da noi in Italia si dovrebbe imparare. Bisognerebbe provare a stare qui per capire davvero quello che scrivo. L’africa è difficile da raccontare. Solo vivendola, con la voglia di scoprirla realmente e con umiltà, si possono cogliere tutte le sue sfaccettature».
![]() | Floriana Monti (nella foto a sinistra insieme a Cristina.) preziosa amica e collaboratrice dell’Associazione Ruvuma Onlus, racconta la sua esperienza; |
«Da qualche tempo mi dedicavo alla raccolta fondi per l'ospedale di Mbweni di Ruvuma e cercavo di dare il mio contributo pensando che sarebbe stato solo una goccia nell'oceano. Ero convinta che i poveri fossero le persone che non possiedono beni materiali, perchè non avevo ancora capito che i poveri siamo noi, con la nostra coscienza sopita dalla cosidetta civiltà, che non siamo capaci di sorridere, che ogni giorno facciamo una vita frenetica al solo scopo di accumulare ricchezza, non sappiamo godere delle cose semplici, come, ad esempio, il sorriso di un bambino.
Tutto ciò, fino a quando ho deciso di andare a Mbweni, dove, da subito, mi sono sentita come a casa mia. Mille parole non basterebbero per descrivere l'emozione che ho provato quando, il primo giorno del mio soggiorno tanzano, un bambino del nostro asilo si è avvicinato, in silenzio mi ha preso la mano e mi ha sorriso; poi ne sono arrivati a decine, fantastici, con una luce speciale negli occhi, quella che hanno solo i bambini e risplende oltre loro nel cuore di chi li guarda.
Quella parte d’Africa in cui ho avuto la fortuna di soggiornare mi è apparsa diversa dagli altri luoghi in Africa che avevo visitato da turista, perchè non mi ero mai addentrata nella vita di chi ci vive, nelle loro case, non avevo visto la gente malata che tutti i giorni frequenta l'ospedale, con problemi e patologie a me quasi sconosciute.
Al ritorno dal primo viaggio, mi sono ripromessa di tornarci ma mai avrei pensato che la seconda volta arrivasse tanto presto, e invece è andata così, dopo meno di due mesi ero ancora là, e poi ancora altre volte, per periodi sempre più lunghi.
Nei miei pensieri ci sono spesso l'Ospedale e i continui progetti per lavori di ampliamento in cui ormai mi sento coinvolta. Ho anche avuto modo di fraternizzare con diversi volontantari che si sono avvicendati negli stessi periodi in cui ero laggiù, persone tutte speciali, sia dal punto di vista umano che professionale. Li ho visti lavorare in sala operatoria giorno e notte senza lamentarsi mai, anzi a volte li ho sentiti rammaricarsi del poco lavoro ed io cercavo di preparare loro il pranzo e la cena come meglio potevo con le materie prime che riuscivo a trovare.
Ormai mi sento profondamente legata a quel posto e alla sua gente e non smetterò mai di dire "grazie Mbweni" per tutto quello che mi hai dato e continui a dare. E grazie a RUVUMA, per le opportunità che mi hai dato di fare queste belle esperienze e di conoscere della gente meravigliosa».